Al centro dell’universo

In tempi come quelli odierni, dominati da un individualismo esasperato e dall’egocentrica venerazione di sé, di cui il sintomo più evidente è da cercarsi nella diffusione dei social network, risultano più che mai attuali le riflessioni di una voce isolata all’interno del ben ampio contesto del Rinascimento europeo. Si tratta del filosofo francese Michel Eyquem de Montaigne, che attraverso l’introspezione portata avanti nei suoi Essaisraggiunge un livello di modernità tale che le sue considerazioni rimangono del tutto valide ancora oggi.

Montaigne si colloca nell’ultima fase della parabola rinascimentale: è attivo, infatti, nella seconda metà del Cinquecento, in un periodo di decadenza che segnerà la fine degli ideali di fiducia nell’uomo e nella ragione che avevano animato umanisti e letterati come Cusano, Ficino, Pico. Proprio per questa sua lontananza cronologica rispetto al primo Rinascimento, Montaigne può permettersi di elaborare una vera e propria critica a uno dei concetti fondamentali del secolo a lui precedente: l’antropocentrismo. Portando avanti un’analisi psicologica molto approfondita dell’uomo del suo tempo, Montaigne sostiene che quest’ultimo si sia convinto che il mondo intero sia in sua funzione, come leggiamo nei suoi Essais: «chi lo ha persuaso che [il cielo, le stelle, il mare] siano stati creati e siano continuati per tanti secoli per la sua comodità, e per servire a lui?». Il filosofo aggiunge quindi che questa convinzione, frutto della vanità e dell’arroganza dell’uomo, che crede che tutto ruoti intorno a lui, sia in realtà semplicemente ridicola, e supporta questa sua affermazione con diverse argomentazioni. L’uomo, ragiona, è una creatura «neppur signora di se stessa», in quanto dominata dall’istinto e dalla passione, ed è inoltre «esposta alle offese di tutte le cose», perché completamente inerme di fronte alla forza della natura, incontrollabile e a volte violenta. Infine non è in grado di conoscere neanche la più piccola parte di quell’universo di cui si dice re e padrone e che presume di poter comandare. Questa impossibilità di conoscere, che potrebbe contrariare il lettore abituato a identificare il Rinascimento come era di assoluta fiducia nella capacità conoscitiva dell’uomo, deriva dall’impostazione empiristica del pensiero di Montaigne, il quale, partendo dal sostenere che i sensi siano alla base del sapere umano, dimostra logicamente come sia impossibile arrivare a una conoscenza certa e incontrovertibile. Un concetto, questo, molto difficile da afferrare in un’epoca, come la nostra, che ha fatto del progresso della tecno-scienza il suo motore principale e che ha visto in un certo senso il ritorno di quella fiducia illimitata e arrogante dell’uomo nella sua capacità di arrivare a tutto e di trovare una risposta ad ogni domanda che caratterizzava fortemente l’Umanesimo stesso. Montaigne spiega quest’arroganza insita nella natura umana dicendo che tra tutte le creature essa, la più fragile e indifesa, è al contempo la più orgogliosa. Con l’immaginazione, infatti, l’uomo innalza se stesso fino a rendersi «eguale a Dio». Quali parole potrebbero essere più adatte nel definire con tanta esattezza l’egoismo della moderna società dell’io? Al contempo, tuttavia, l’uomo, nel suo sentirsi superiore, sottomette ingiustamente gli animali, in realtà «suoi fratelli e compagni», attribuendo loro un’inferiorità, una stupidità rispetto a se stesso che Montaigne ritiene ingiustificata e priva di fondamento.

Nel voler confrontare il pensiero di Montaigne con la situazione dell’uomo ai giorni nostri, è necessario però prendere i dovuti accorgimenti, essenziali ogni volta che ci accingiamo ad attualizzare un autore del passato. Risulta quindi necessaria la  seguente premessa: sovrapporre il mondo di Montaigne a quello del nostro tempo senza tener conto del mutamento del contesto storico-sociale sarebbe certamente errato e inopportuno. Fatta questa precisazione, procediamo al confronto tra la concezione dell’uomo nel Rinascimento e nel nostro tempo. È evidente che oggi più che mai la superbia, che Montaigne diceva innata nell’uomo, è una costante nel nostro relazionarci alla natura e agli animali: riteniamo di essere superiori rispetto agli altri esseri viventi e siamo convinti della nostra invincibilità e onnipotenza.

Ce lo dimostra innanzitutto la fiducia nel progresso scientifico, protagonista del presente dal secolo scorso in poi. Essa infatti è causa ma allo stesso tempo evidenza di un atteggiamento mentale che non è certo nuovo nella storia (pensiamo allo stesso Rinascimento, ma anche all’Illuminismo, che insieme appunto al Rinascimento è il momento storico, letterario e filosofico del trionfo della ragione umana), ma che, proprio grazie ai passi da gigante che la tecno-scienza ha fatto in questi ultimi due secoli rispetto al passato, ora sembra universalmente diffuso e indiscutibile. Le nuove scoperte hanno dato all’uomo motivo di avere una fiducia illimitata nella propria possibilità di arrivare a tutto: «tu potrai degenerare […]; tu potrai rigenerarti», a voler citare Pico della Mirandola. Se da una parte questa fiducia illimitata ha portato a investire più risorse nella scienza e ha dato grande impulso al progresso della società, essa ha però allo stesso tempo contribuito a radicare ancora di più nell’uomo la presunzione di essere onnipotente e soprattutto di essere più evoluto rispetto agli altri animali. L’uomo si è così dimenticato sempre di più delle sue origini.

Rispetto al passato, poi, è venuto quasi completamente a mancare quel senso di collettività e di comunità che era invece fondamentale in ogni ambito della vita medievale e rinascimentale, da quello religioso (monasteri, congregazioni, ordini) a quello economico (esempio per eccellenza sono le corporazioni italiane), da quello filosofico (le scholae medievali e i circoli neoplatonici e aristotelici rinascimentali) a quello formativo (si pensi ad esempio alle università che nacquero proprio nel Medioevo come centri di cultura). La vita associata aveva una rilevanza non insignificante nell’ambito cittadino. Oggi, al contrario, complici i grandi mutamenti storico-culturali e la diffusione di correnti di pensiero come quella dell’utilitarismo settecentesco (che vedeva nell’egoismo privato il motore della società per realizzare il bene comune), abbiamo in un certo senso perso questo senso di appartenenza a una comunità, a favore di un individualismo esasperato, che si manifesta in maniera evidente in fenomeni come la diffusione di piattaforme volte allo scopo di parlare di sé e mostrare se stessi agli altri, come appunto i social network.

Sono poi da mettere in conto la nascita e l’affermazione di un nuovo modello economico, quello capitalistico, che ha permeato la nostra stessa cultura e le nostre logiche a tal punto che non siamo più in grado di pensare a un sistema alternativo, come esprime bene il filosofo francese contemporaneo Alain Badiou nel suo libro La vraie vie(“La vera vita”). Il capitalismo ha infatti portato con sé una logica del profitto che ha dato ancora più impulso allo sfruttamento irresponsabile e incontrollato delle risorse dell’ambiente, a scapito della natura stessa e degli animali che nella natura hanno gli habitat fondamentali per la loro sopravvivenza. La crescita incontrollata dell’umanità, a partire dalla prima rivoluzione industriale in poi, ha profondamente modificato gli equilibri naturali del pianeta, provocando l’estinzione di numerose specie animali e vegetali, immettendo immense quantità di inquinanti e rifiuti nell’ambiente, devastando interi biomi e modificando lo stesso clima. E certo a tal proposito non si può non accennare all’insensibilità di molti governanti attuali nei confronti del rischio ambientale di cui è l’uomo la principale causa, attraverso l’emissione di gas serra: non si comprende che il mondo è un luogo da preservare e, pur di ottenere guadagno e ricchezza, si è disposti a distruggere il pianeta in cui non siamo i soli a vivere con uno sfruttamento estremo e privo di scrupoli. Emblematica su questo argomento è la posizione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha dichiarato che a suo parere il concetto di cambiamento climatico sarebbe stato inventato dai cinesi per rendere l’industria americana non competitiva e che non si è fatto scrupoli a ritirare gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi (2015) sul clima, importanti proprio perché coinvolgevano la quasi totalità degli Stati mondiali.

Qualcuno potrebbe tuttavia obiettare che generalizzare è sbagliato e che al giorno d’oggi c’è sì chi ha verso la natura e gli animali atteggiamenti di superiorità e arroganza, ma anche chi invece ritiene che uomini e animali siano sullo stesso piano. Certo, il tema della tutela dell’ambiente è molto sentito dalla popolazione e quello animalista sta vedendo invece la nascita e diffusione di numerose associazioni di sensibilizzazione o di volontariato proprio sul tema specifico dell’uguaglianza tra uomini e animali e quindi sulla salvaguardia di questi ultimi; potremmo dire che ci sia quindi da parte dell’uomo una maggiore consapevolezza della necessità di preservare l’ambiente e gli stessi accordi di Parigi sono una chiara dimostrazione di ciò. Anche a livello mediatico il problema ambientale è ritenuto grave e urgente: lo evidenzia la grande diffusione su internet di frasi come il detto degli indiani d’America, attribuito ai Sioux, che recita: «quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro». Tuttavia essere animalisti o impegnarsi in campo ambientale è ancora visto come qualcosa di non scontato, né normale, anzi, di straordinario (nel senso primario del termine, cioè “fuori dall’ordinario”), e proprio questa eccezionalità dimostra inequivocabilmente come, sebbene qualcosa stia cambiando, a livello generale l’atteggiamento dell’uomo verso gli altri esseri viventi sia sempre quello di uno sfruttamento motivato da una presunzione di superiorità da parte dell’uomo.

Nei primi due racconti della Genesi, sul tema tanto complesso e discusso della creazione del mondo e dell’umanità, l’uomo ha trovato una giustificazione alla sua superbia e alla sua vanità. Sulle parole di Dio «prolificate, moltiplicatevi e riempite il mondo, assoggettatelo e dominate sopra i pesci del mare e su tutti gli uccelli del cielo e sopra tutti gli animali che si muovono sopra la terra» (Genesi, 1,28) si è basata la convinzione che tutto il mondo esista e continui a esistere per servire all’uomo. A rileggere in un altro modo i due verbi «assoggettate» e «dominate» è stato in particolare Enzo Bianchi, il fondatore della comunità monastica di Bose, che tra l’altro ho avuto la possibilità di ascoltare personalmente durante l’edizione del 2017 del Festival della Filosofia di Modena, Carpi e Sassuolo. Nella sua esegesi biblica Bianchi vede la differenza tra gli uomini e gli altri animali nella responsabilità dei primi. Infatti il dominare voluto dal Dio della Genesi non è un’azione violenta, ma al contrario un aver cura e responsabilità della Terra e dell’ambiente. E quando la Genesi afferma che dopo aver creato l’uomo Dio «vide che era cosa molto buona» (Genesi, 1,31), mentre per le altre creature aveva parlato solo di «cosa buona», secondo Bianchi ciò non significa che l’uomo sia all’apice della creazione, come veniva sostenuto dalla concezione antropocentrica rinascimentale, ma che abbia innato un senso e dovere di responsabilità nei confronti degli altri. Cade così l’argomentazione classica di un mondo voluto da Dio come funzionale all’uomo.

Ho riportato la tesi di Bianchi perché personalmente non posso che concordare con Montaigne e ritengo che ancora oggi non sia cambiato nulla. Potremmo chiederci quale diritto abbia l’uomo di disporre a suo piacimento delle cose del mondo, chi abbia dimostrato la sua superiorità rispetto agli altri, come possa sostenere la “stupidità” degli animali se, ricollegandoci a Montaigne, non è in grado neanche di conoscere a fondo se stesso. Ponendoci al di sopra di tutti gli altri esseri con cui dovremmo invece condividere la Terra, dimentichiamo di essere su questo pianeta da pochissimo tempo: la comparsa umana sulla Terra può essere datata al massimo a 13 milioni di anni fa, se vogliamo accettare l’ipotesi dello studioso svedese Ulfur Arnason, ma, se ci riferiamo all’homo sapiens, parliamo invece semplicemente di circa 200 mila anni fa, un nulla rispetto ai 4,5 miliardi dall’origine della Terra stessa. Inoltre, se l’uomo è progredito e si è evoluto, lo deve soltanto alla sua eccezionale capacità di resistere al cambiamento e adattarsi all’ambiente, non a una maggiore o più sviluppata intelligenza rispetto agli animali, come diverse ricerche scientifiche hanno dimostrato in tempi recenti. Concludo con una mia riflessione personale: l’uomo che crede di poter fare tutto dimentica di avere dei limiti che invece è fondamentale non dimenticare, perché proprio dai limiti dell’uomo e dal bisogno di sopperire alle mancanze fisiche è nato il progresso umano. Proprio sulla consapevolezza dei propri limiti, dunque, dovrebbe basarsi qualsiasi rapporto dell’uomo con le altre creature.

Bibliografia

  • E. de Montaigne, Essais, Apologie de Raymond Sebond
  • Abbagnano, G. Fornero, G. Burghi, Con-filosofare 2A (dall’Umanesimo all’Empirismo), PEARSON
  • Pico della Mirandola, De hominis dignitate
  • Alain Badiou, La vraie vie
  • Desideri, G. Codovini, Storia e storiografia 2A (dall’ancien régime al 1848), casa editrice G. D’Anna
  • Crippa, D. Nepgen, M. Rusconi, Scienze naturali 2, A. Mondadori scuola
  • Repubblica, 01/06/2017: Clima, Trump conferma l’uscita degli Usa dagli accordi di Parigi

http://www.repubblica.it/ambiente/2017/06/01/news/usa_trump_clima_ambiente-167001939/

  • Twitter, @realDonaldTrump, 06/11/2012 sul concetto di riscaldamento globale
  • Consiglio europeo, Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici

http://www.consilium.europa.eu/it/policies/climate-change/timeline/

https://www.focusjunior.it/scienza/spazio/universo/la-storia-della-terra-in-un-minuto

Francesca Ludovici, II A

Società liquida: Esiste un’ancora di salvezza?

Il tessuto sociale umano, storicamente inteso piuttosto che colto in un’accezione assoluta e totalizzante, che sia nato per istinto, per necessità o per libera scelta non ha mai mancato di mostrare diverse caratteristiche e diverse contraddizioni in ogni sua sfaccettatura contestuale. Proprio il contesto, infatti, non può essere scisso da quelli che sono i rapporti interpersonali ad esso strettamente connessi, in grado di influenzarlo ma soprattutto di esserne influenzati. Per contesto si intende certamente evidenziare l’aspetto sia storico-geografico che politico-ideologico, eppure quest’ultimo nell’era della post-modernità va ad assumere sempre più i connotati dell’assetto economico acquisito da una data organizzazione sociale, fino a diventarne subordinato e a perdervi la propria cifra distintiva originaria. L’oggi è il prodotto (e non si potrebbe scegliere un termine più appropriato) di un lungo processo evolutivo, il quale forse è stato una rivelazione progressivamente più esplicita e manifesta di tendenze già presenti e divenute solamente più preponderanti, piuttosto che una serie di veri e propri cambiamenti. Da Tacito a Machiavelli, dall’ ”homo homini lupus” di Hobbes[1] all’ “antropologia negativa” di Adorno[2], le diverse analisi della società hanno saputo rilevare una spinta individualistica in grado di portare gli esseri umani a comportamenti classificabili come “asociali”, in controtendenza quindi a quella che sarebbe l’idea di comunanza pacifica e altruista che logicamente ci si aspetterebbe da una qualsiasi comunità. Se si volesse ricostruire il rapporto conflittuale individualismo/spinta a costituire una comunità, esso risiede nelle “due nature” delle parti coinvolte: l’individualismo deriva perlopiù da un calcolo razionale, volto alla salvaguardia consapevole di interessi familiari per la persona coinvolta, proprio perché sentiti come una proprietà, perciò esso, in particolare nel momento in cui assume il ruolo di priorità, lo fa grazie a una scelta (basti guardare allo sviluppo del capitalismo liberistico); invece la capacità di comprendere i bisogni altrui e di affidare l’ “io” al “tu” a ben vedere nasce da un impulso, da una “spontaneità preriflessiva”, volendo utilizzare la definizione di Løgstrup[3]. L’istinto morale, anzi, come anche Lévinas[4] ha sostenuto, trova addirittura la sua morte nell’istante in cui ci si sofferma su questioni come “che cosa potrei guadagnare dall’agire in questo modo?” o “Perchè non dovrei rimanere indifferente?”. Quanto affermato offre una spiegazione possibile della ragione per cui, in una società, le leggi e le istituzioni svolgano un necessario compito di mediazione tra le due tendenze, che si contendono il ruolo di moto portante dell’azione quando ci si trova in presenza delle altre persone. E data la difficoltà nel coniugare i due, la difficoltà nel trovare un equilibrio armonico in grado di offrire spazi ad entrambi, in ogni diversa forma che l’apparato sociale può assumere vi saranno non di rado dei fattori in grado di far pendere l’ago della bilancia verso uno piuttosto che l’altro. Non stupisce che in un sistema basato su una economia che necessita una costante crescita di capitali (quello che comunemente viene indicato con il nome di “progresso”) a spese dei più vulnerabili, le sopracitate tendenze trovino terreno fertile per esplicarsi con tutto il loro potenziale, quando, seppur non eliminabili, avrebbero potuto essere controbilanciate in una situazione differente. Ma ciò che vi è di ancora più distintivo nell’attuale società non è solamente l’estremizzazione generale degli istinti autodistruttivi umani, quanto una liquidità sostanziale (termine che non a caso si suole utilizzare anche per il denaro). Questo concetto deriva dalla ricerca di Zygmunt Bauman, coniatore della stessa espressione, e si concretizza nella continua modificazione a cui sono sottoposti i membri di diverse società altamente industrializzate e globalizzate, la quale interessa ogni ambito della vita in comunità, gli organismi politici e statali così come le strutture e le esigenze economiche, nonché le influenze che si riversano giorno per giorno da innumerevoli fonti, difficilmente evitabili, sull’individuo stesso. Per sintetizzare, la “vita liquida è, insomma, una vita precaria, vissuta in condizioni di continua incertezza. Le preoccupazioni più acute e ostinate che l’affliggono nascono dal timore di essere colti alla sprovvista, di non riuscire a tenere il passo di avvenimenti che si muovono velocemente, di rimanere indietro, di non accorgersi delle date di scadenza, di appesantirsi con il possesso di qualcosa che non è più desiderabile, di perdere il momento in cui occorre voltare pagina prima di superare il punto di non ritorno.”[5] Il quadro delineato dal filosofo polacco appare alquanto desolante: l’onda di questo liquido processo inarrestabile investe ogni ambito della vita, specie associata ma anche, ovviamente, privata. Il ciclico alternarsi di acquisto-produzione di rifiuti-nuovo acquisto si verifica in maniera palese nell’ambito commerciale e finanziario, ma non mancano casi analoghi nelle relazioni interpersonali. In queste, difatti, venendo gestiti allo stesso modo di investimenti, si tenta di valutare unicamente e utilitaristicamente i pro e i contro che possono derivare dal mantenimento di una amicizia così come di un rapporto romantico. Un comportamento calcolatore non può mancare di prendere in considerazione i rischi, tra cui uno su tutti spicca in maniera preminente nella mente delle persone nell’attuale momento storico: l’impegnarsi responsabilmente. Tale causa di non pochi timori è paradossalmente alimentata da uno strumento nato con lo scopo di tenere quantomeno sopita un’altra paura, ovvero quella di rimanere soli. I social network a ben vedere si prestano come risolutori e conciliatori di entrambe: allo user vengono proposte nuove possibili amicizie, con la promessa che, se le persone non riusciranno a soddisfare le aspettative di guadagno che ci si propone quando le si va a stringere con un click, con identica facilità e un ulteriore click ce ne si potrà disfare. La dirompente azione del consumismo, però, non si esaurisce qui. Oltre ai numerosissimi casi di quanti vengono lasciati indietro per la loro scelta di provare a fermarsi, o semplicemente per la loro incapacità di tenere il passo con la pressante ombra del domani sull’hic et nunc, in cui la vita veramente vissuta dovrebbe realmente avere luogo (Nietzsche, Fromm), una tale scansione di frequentissimi mutamenti non possono che avere un impatto su quella che è la percezione della realtà esterna. Dalle pubblicità alle mode virali, tutto sembra gridare “l’apparenza è ciò che conta”, e se non si ha la volontà o il tempo materiale di pensare e approfondire, è proprio la prima impressione che diventa determinante nell’attività dello scegliere, dalle situazioni più banali a quelle di importanza globale. Ciò che dovrebbe guidare l’evoluzione della personalità di ognuno tramite l’esclusione dei comportamenti che l’individuo non ritiene adatti a fornire una rappresentazione efficace di chi si è o si vorrebbe essere, scade nell’esclusione a priori di un margine di riflessione a vantaggio della velocità e della banale illusione, quasi come se il reale si risolvesse in un’abile trucco di magia i cui artefici (le istituzioni, gli addetti al marketing, gli individui…) non devono preoccuparsi di nascondere i meccanismi che vi si celano dietro, in quanto lo stesso pubblico si disinteressa di essi. Tra le tecniche adoperate si annovera senza dubbio lo scambio di quello che dovrebbe essere l’attributo con il nucleo fondante della persona; è così che la linea che separa avere ed essere, questo aut-aut esistenziale, diviene sempre più labile: “La differenza tra essere e avere non è essenzialmente quella tra Oriente e Occidente, ma piuttosto tra una società imperniata sulle persone e una società imperniata sulle cose. L’atteggiamento dell’avere è caratteristico della società industriale occidentale, in cui la sete di denaro, fama e potere, è divenuta la tematica dominante della vita.”[6] Nonostante le argomentazioni di Bauman siano facilmente supportate dalle esperienze che ogni cittadino della post-modernità vive o è spinto a vivere, va tuttavia sottolineato come qualsiasi analisi con il fine di rivelarsi obiettiva, e quindi costruttiva e ispiratrice di ulteriori ricerche, debba saper abbracciare quante più possibilità che il fenomeno sia in grado di offrire. Questo non accade nello studio unilateralmente negativo del filosofo polacco. In primis può risultare utile prendere in esame ciò che in teoria dovrebbe precedere e superare in qualità di vita, organizzazione complessiva ed “eticità” la società liquida, ovvero una struttura sociale di tipo “solido”. Posto che nell’opinione di Bauman “Tutti i punti di riferimento che davano solidità al mondo e favorivano la logica nella selezione delle strategie di vita (i posti di lavoro, le capacità, i legami personali, i modelli di convenienza e decoro, i concetti di salute e malattia, i valori che si pensava andassero coltivati e i modi collaudati per farlo), tutti questi e molti altri punti di riferimento un tempo stabili sembrano in piena trasformazione. Si ha la sensazione che vengano giocati molti giochi contemporaneamente, e che durante il gioco cambino le regole di ciascuno. Questa nostra epoca eccelle nello smantellare le strutture e nel liquefare i modelli, ogni tipo di struttura e ogni tipo di modello, con casualità e senza preavviso”[7], il modello alternativo solido si distingue quindi per una stabilità percepita dal singolo come immutabile, affidabile e confortante. Gli attributi in questo senso fondamentali sarebbero dei modelli di vita precostituiti su cui fare riferimento in ogni momento in cui se ne senta la necessità, in contesti di qualsivoglia tipologia, e oltre a questi elementi di tipo pratico, quasi da “manuale” dell’arte di essere al mondo, si prospetterebbero congiuntamente dei valori che trovano la loro intrinseca giustificazione nella comune accettazione di essi quali validi e applicabili, costituenti quindi un ulteriore “manuale”, stavolta psicologico-comportamentale. Non è difficile rilevare un’analogia tra la società liquida e il relativismo, in quanto come si potrebbe affermare che essere relativisti voglia dire avere come unica certezza la non esistenza di certezze assolute, in maniera non dissimile nel fluire liquido degli eventi si può trovare come appiglio la consapevolezza delle modificazioni incessanti che si profilano potenzialmente dietro ogni onda, grande o piccola che sia, che quotidianamente si deve superare. E da qui sorge una questione: se al centro delle ricerche che interessano l’uomo moderno, intendendo per modernità un lasso di tempo ben più ampio di quello interessato in maniera sistematica dalla liquidità, l’assenza di stabili punti di riferimento, e quindi il relativismo, appare una nota che ne demarca la crisi, ma anche il percorso, l’unico modo per liberarsi dal peso della incertezza sembra essere una sostanziale “regressione”, auspicata dallo stesso Bauman. Eppure questo “ritorno al passato”, tra l’altro incluso tra i rimedi per i diversi mali di vivere di praticamente ogni epoca di cui si ha memoria, sia nella forma di ricongiunzione armoniosa con la natura, quale poteva essere specie per i poeti classici, o anche di rivisitazione affettuosa della propria fase infantile, trattata ad esempio da Leopardi, Rimbaud e Pascoli, troverebbe un’effettiva attuazione, già di per sé improbabile, solamente a costo di una costrizione. Proprio come le ideologie da essa recate, una società solida si fonda sull’unità e la coesione di pensiero dell’intero corpus che la costituisce; allora sarebbe proponibile, e soprattutto preferibile per coloro che popolano i vasti orizzonti occupati dalla liquidità, operare questo radicale recupero di un sistema che è stato superato da tempo, o che addirittura non è mai realmente esistito? La storia dovrebbe insegnarci che la risposta è no. Anche se Bauman fu il brillante critico dell’“omogeneizzazione” propinata spesso dai disumanizzanti, quando nelle mani sbagliate, mass media e da quanti strumenti beneficiano della società di massa, allo stesso tempo è verificabile il fatto che società di massa e società liquida non siano una diade inscindibile. L’equivalenza società di massa=società solida è nondimeno possibile. Anzi, nel “ritorno all’ordine” e a una rigida schematizzazione e gerarchizzazione di ideali condivisi dal maggior numero di persone possibile, sarebbe difficile non ricondurre i tristemente noti totalitarismi, che ispirarono la dicitura di “secolo delle tenebre”[8] proposta da Todorov per il 1900. La perdita di spazi di confronto e di espressione, ma anche di cambiamento sociale e individuale, unico concepibile motore di spinta per una comunità che voglia saper rispondere alle necessità dei propri membri che man mano si manifestano, è il sintomo di uno smarrimento già presente prima della società liquida ma in tutto assimilabile ad esso, e forse ancora più annichilente in quanto manifestatosi in un critico periodo di alternanza tra guerra atroce e, più che una vera pace, tregua segnata da preparativi ad ulteriori conflitti. A supporto di ciò ne “Le Origini del Totalitarismo” Hannah Arendt scrive: “I movimenti totalitari trovano un terreno fertile per il loro sviluppo dovunque ci sono delle masse che per una ragione o per l’altra si sentono spinte all’organizzazione politica, pur non essendo tenute unite da un interesse comune e mancando di una specifica coscienza classista, incline a proporsi obiettivi ben definiti, limitati e conseguibili.”[9] Ritornano l’impedimento che interessa quanti realizzano di trovarsi in un mondo privo di contorni ben distinti, anche delle loro stesse identità, e si sentono istintivamente paralizzati da questa nozione. Conseguentemente tentano di trovare il proprio equilibrio in maniera nuova, proprio poiché non esistono testimonianze ed esperienze, scritte od orali, in grado di guidarli verso direzioni che sopperiscano al loro vuoto di certezze con altre. E qui entrano in gioco i dittatori; autoproclamatisi guide ed espressioni dello spirito del proprio popolo, costruirono la propria fortuna su una solidità conseguita al prezzo di forti limitazioni presentate con la maschera benevola dell’unità e dell’armonia, nonché della strumentalizzazione della paura. Quando si desiderano contorni definiti a tutti i costi, infatti, si tracciano delle frontiere, sia fisiche che culturali, subentra la paura di ciò che è percepito come xenos, il diverso, in ogni sua manifestazione. Non che ciò non avvenga nella stessa società liquida: “Come un capitale liquido, pronto per ogni genere di investimento, il capitale della paura può essere – ed è – trasformato in qualsiasi genere di profitto, commerciale o politico”[10], ossserva giustamente Bauman. Ma mentre si può considerare un’alternativa, nel caso post-moderno, in virtù del cambiamento che ne denota la natura, la stessa cosa non si può facilmente affermare per un ordinamento solido. In definitiva, se si vogliono combattere le discriminazioni razziali e i lati negativi della globalizzazione, già inutilmente affrontati a livello locale quando si tratta di problematiche di diffusione sans frontières, un ripiegamento degli Stati e delle strutture sovranazionali sulle proprie rigide posizioni non farebbe altro che amplificarne l’influenza malevola. Un altro punto controverso riguarda il grado di responsabilizzazione degli individui. In un contesto liquido si è invitati a impegnarsi sporadicamente nella costanza e nella considerazione delle conseguenze delle proprie azioni; non bisogna d’altro canto dimenticare come un’ideologia non creata, non sentita e tantomeno seguita sinceramente, ma accettata passivamente, si riveli una tentazione fortissima ad affermare che la colpa non è di chi compie l’azione conforme a tale ideologia, ma di coloro che ne sono gli ideatori e i mandanti: basti per tutti il processo Eichmann[11]. Inoltre, se si vuole dissertare riguardo l’evidente mercificazione di ogni forma d’arte a scapito delle capacità creative dell’uomo, sempre più marginalizzate a favore di abilità tecnico-pratiche e di improbabili metodi di guadagno facile, esse, quando omologate alle costrittive forme della solidità andrebbero sì a godere di canoni comodamente già fissati, e quindi capaci di garantire un successo se non assicurato, quantomeno assai probabile, ma come non dolersi della perdita di problematicità che ne conseguirebbe, quando essa può dirsi l’anima più misteriosamente affascinante e coinvolgente dell’arte stessa, ciò che la rende universalmente condivisibile?  Un essere umano privo di dubbi, perfettamente solido come le proprie certezze, risulterebbe sterile, alienato dai suoi stessi meccanismi di riflessione che gli sono connaturati. Non è un caso che i membri delle SS si vantassero di essere raffinati cultori di arte e musica, non producendo, però, alcunché di creativo a loro volta. Ma ancora una spada di Damocle pende su questa comparazione tra esistenza liquida e realtà solida: il tema etico-morale. Mettere in luce le diverse opinioni che si sono succedute, incontrate e scontrate sull’argomento sarebbe un’operazione superflua. Le considerazioni più recenti si focalizzano su come non sempre sia possibile far subentrare l’oggettività nel reale in maniera perentoria. Tra i due estremi del nero e del bianco, vi saranno sempre infiniti toni di grigio, per ogni evento o contesa vi saranno sempre più versioni influenzate da così tanti diversi fattori che diviene assai complesso preferirne una piuttosto che l’altra, e perfino le autorità legali sono obbligate a riconoscere spesso l’inadeguatezza delle stesse leggi nel determinare ciò che è ammissibile e quanto non lo è. Questo non vuol dire che una conciliazione sia sempre auspicabile o realizzabile in un’ottica aperta e modificabile, ma come esseri umani non si dovrebbe mirare alla sintesi quanto alla mutua comprensione. E non si può certo chiamare comprensione un’interazione che si verifichi sotto il segno della paura e della passiva “omogenizzazione”. Perché essa esista, è necessario che vi siano come presupposti un’empatia non atrofizzata ma ben allenata, e anche delle differenze di qualsiasi genere. L’incontro con un “altro” che alla fine non rappresenta davvero l’alterità non ha sbocchi né umani né conoscitivi. In ultima analisi, un altro aspetto di una società liquida può causare perplessità. Se il fluire sociale liquido viene enfatizzato nei suoi caratteri tutt’altro che ideali, una collettività solida proposta quale alternativa assumerebbe i connotati di un’utopia, nella sua promessa di mancanza di conflitti e di angoscia per il futuro, la più grande e antica maledizione. Esorcizzare questi timori con un progetto utopico sarebbe inconsueto per Bauman, che tante volte ha affermato di non credere in simili soluzioni; di conseguenza una perfetta solidità sembra ulteriormente perdere la propria attrattiva. Tornando al parallelismo con i totalitarismi, essi a loro volta hanno saputo dimostrare i rischi in cui si incorre nel passaggio da una forma di governo con in mente il benessere fisico-materiale dei cittadini, ovvero le democrazie liberiste, a un’altra che promette il Paradiso in terra ai propri membri, seguendo nuovamente il saggio di Todorov[12] sugli Stati totalitari. Molti Stati occidentali fallirono non per aver lasciato la  libertà di perseguire le proprie inclinazioni ad ogni persona, almeno in linea di principio, ma per aver trascurato la componente “ideale” che occupa un posto di riguardo nell’interiorità di ognuno, senza assumere per questo un’unica veste. La realizzazione di una società perfetta è proprio quanto veniva e viene tuttora proposto da dittatori e demagoghi. Ne viene da sé che utopie, fedi e credo spirituali non siano negativi a prescindere, ma allo stesso tempo bisogna saper discernere tra la sfera individuale e quella della comunità. Dopotutto si può tranquillamente essere fermi sulle proprie posizioni senza credere che l’imposizione di esse sia in grado di donare la felicità ad ogni essere umano indistintamente. La felicità è un altro punto fondamentale di quest’analisi del volto positivo della modernità liquida. Infiniti cambiamenti permettono il verificarsi di infinite possibilità.  È comprensibile che esse siano minate dal fatto che non si può sapere con anticipo se saranno possibilità-che-si o possibilità-che-no (Kierkegaard), smascherando così una delle tante impotenze conoscitive dell’intelletto umano. A questo punto segue spesso una paralisi, tanto più grande quanto si è coscienti delle possibilità e quante sono le strade che si sente di poter intraprendere e di dover scegliere, escludendone per sempre alcune. Questa angoscia viene mitigata, in una società liquida, da due fattori: la reversibilità di numerose scelte e l’adattabilità non solo degli individui alle circostanze, ma anche delle circostanze agli individui stessi. Per quanto riguarda il primo, è utile osservare il caso del divorzio alla luce dell’importanza attribuita al nucleo familiare come primo atomo della società da diversi studiosi. Se per i conservatori fautori della solidità la legalizzazione di esso come di altre pratiche di “ripensamento” sono viste quali sintomi di instabilità, come ignorare il fatto che, società liquida o meno, durante l’arco di tutta la vita una persona, nella sua infinita complessità, può mutare anche se il contesto non sembra richiederlo, ma che soprattutto il perseguimento dei mutamenti può divenire necessario per la felicità di essa stessa? Come evidenziato in precedenza, la stabilità non può provenire da una costrizione. E se un membro di una società si ritrova a vivere in una condizione in cui le istituzioni non permettono vie di uscita, anche al manifestarsi di un forte disagio, non stupisce che vi sia un ampio sviluppo di tendenze asociali. Che l’uomo non abbia il potere, poi, di controllare con successo ogni evoluzione del reale che non lo interessa direttamente non è una novità. Ciò che ne amplifica la drammaticità, dando adito alle teorie di Fromm, è certamente l’attaccamento ai possedimenti quasi ossessivo; si ha paura del cambiamento perché tra le possibilità-che-no la perdita svetta su tutte per gli avari e i collezionisti di proprietà. Lo stesso discorso vale per il timore della morte. Perciò, i vari terrori dell’uomo moderno non trovano una ineluttabilità in sé, ma vengono ingigantiti o ridotti da influenze che vanno oltre le categorie della liquidità. Andando successivamente ad esaminare come l’adattabilità possieda dei risvolti benefici, si deve fare di nuovo riferimento alla ricerca della felicità. Posto che in una società liquida non si possa intendere la felicità, quanto piuttosto quella che è percepibile come la possibile felicità della comunità nella sua totalità (comunque pur sempre dibattuta), e le diverse tipologie di gioia quanto più duratura possibile a cui ogni individuo è portato. Il cambiamento e le diramazioni da esso generate, sebbene non prevedibili interamente, non sono allo stesso tempo indistintamente casuali, e in una società liquida la scelta assume, nel suo compito discriminante, una rilevanza ancora maggiore; ciò che ne segue è che molte delle possibilità ne recheranno l’impronta, venendo influenzate dall’autoaffermazione e dalla volontà di realizzazione del singolo. Mentre si esprime la propria personalità, si creano connessioni che conducono a loro volta ad altre conseguenti probabilità, le quali devono la loro origine a quella scelta i cui esiti non sembravano ancora distinguibili. Da ciò la società liquida si presta a un’interpretazione di bisogni e visioni “su misura”, non scevra, come qualunque cosa, di degenerazioni (si pensi al tracking pubblicitario online basato proprio sulle scelte dei consumatori), ma capace anche di far sì che la risposta dell’organizzazione sociale ai singoli, e viceversa, attualmente immobilizzata da un apparato burocratico radicato nei suoi rituali, sia decisamente più reattiva. Alla luce delle presenti osservazione si può prospettare un futuro, qualora la società liquida rimanga per ancora molto tempo in auge, meno minaccioso di quanto delineato dalle parole quasi profetiche di Zygmunt Bauman. Anche se grazie al fluire liquido è possibile non lasciarsi bloccare da molti scogli, bisognerebbe porre l’accento su qualcosa di forse più rilevante dei suoi semplici vantaggi pratici: la speranza. Sebbene con la cognizione di quanto essa sia non di rado illusoria, quello di sperare rimane un bisogno psicologico. E se si guarda alla liquidità con lo sguardo, in parte, di un esistenzialismo sartriano, si comprende da dove provenga questa speranza. Osserva Bauman: “indovini e astrologi dei tempi passati erano soliti predire un futuro ai loro clienti, un futuro già predeterminato, implacabile e immodificabile indipendentemente da quanto essi avrebbero potuto fare o non fare. Oggi, gli esperti della nostra fluida era moderna ripasserebbero certamente la palla ai loro confusi e perplessi clienti.”[13] La morte del mestiere di aruspice è la morte di ogni certezza, e con essa si perdono gli alibi e le autoillusioni. L’agire umano, come immagine che andrebbe a riflettere l’essenza di ognuno, non si scinderebbe più tanto facilmente dalla responsabilità, venendo a mancare non le vie di fuga da essa (d’altronde scegliere di non essere responsabili è pur sempre una scelta) ma le credibili, in quanto largamente condivise, giustificazioni comodamente diffuse in precedenza. Attraverso la convinzione, inoltre, che ogni opinione, ogni fede e ogni modalità di espressione, quando dotate di un proprio equilibrio, non sia in grado di comunicare una verità inattaccabile, si può creare un terreno fertile e propizio per  un confronto basato sull’uguaglianza. Se tutti sono navigatori, che tentano giorno per giorno di rimanere a galla su questo mare spesso volubile, il dialogo si origina dalla premessa che l’altro stia attraversando un ugualmente travagliato processo di ricerca di se stesso e di un probabile senso che possa spingerlo a continuare il proprio percorso con una nuova consapevolezza. E, indifferentemente da se gli altri siano giunti a delle conclusioni, queste possono essere costruite insieme, o se non si trovano esiti conciliabili anche soltanto l’aver ascoltato quanto ha da dire l’altro permette di affrontare il viaggio in mare con una inedita possibile visione del mondo in mente. Nessun autore-creatore dovrebbe temere le confutazioni delle proprie teorie, in quanto esse non perderebbero la propria validità se le altrui opinioni sono sovrapponibili sullo stesso piano di probabilità, più che di verità. Solo chi è chiuso nella solidità può temere la libertà di espressione. Da queste manifestazioni del liquido, tuttavia sempre nei limiti della scelta e di ciò che è più congeniale alle inclinazioni di ognuno, potrebbero trarre nuova linfa vitale i meccanismi democratici, sia a livello locale che internazionale, con una nuova concezione di problem solving comparativo. In conclusione, il desiderio della ricerca, senza orizzonti visibili che ne limitino il campo d’azione, in modo tale da assicurarne la perpetuazione, contribuisce al soddisfacimento del bisogno istintivo di senso, presente in diverso grado in ogni animo. Per sopperire ai tanti difetti che derivano dalla gestione negativa di una società liquida, senza perderne le conquiste preziose, servirebbe un contenitore solido, la certezza della non certezza che porta verso sempre nuove mete e al dialogo costruttivo. E questo contenitore è la filosofia.

[1] Thomas Hobbes, De Cive. Elementi filosofici sul cittadino, a cura di T. Magri, Roma, Ed. Riuniti, 2005 (rist.)

[2] Marco Maurizi, L’antropologia negativa in Th. W. Adorno, Milano, Rivista di Filosofia Neo-Scolastica, vol. 94, n. 1 (gennaio-marzo 2002), in Vita e Pensiero, Pubblicazioni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, pp. 55-87

[3] Knud Ejler Løgstrup, The Ethical Demand, a cura di Hans Fink e Alasdair MacIntyre, South Bend, Ed. University of Notre Dame, 2008 (rist.)

[4] Emmanuel Lévinas, Philippe Nemo, Etica ed infinito. Dialoghi con Philippe Nemo, a cura di F. Riva, Roma, Ed. Castelvecchi, 2012 (rist)

[5] Zygmunt Bauman, Vita liquida, traduzione di M. Cupellaro, Roma, Ed. Laterza, 2008 (rist.), introduzione, p VIII

[6] Erich Fromm, Avere o essere?, traduzione di Francesco Saba Sardi, Milano, Ed. Mondadori, 2001 (rist.), p 45

[7] Zygmunt Bauman, La società individualizzata, traduzione di G. Arganese, Bologna, Ed. Il Mulino, 2002 (rist.), p 159

[8] Tzvetan Todorov, Il secolo delle tenebre, in M. Flores (a c. di), Storia, verità e giustizia. I crimini del XX secolo, Milano, Ed. Mondadori, 2001

[9] Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, traduzione di A. Guadagnin, Torino, Ed. Einaudi, 2009 (rist.)

[10] Zygmunt Bauman, Paura liquida,traduzione di M. Cupellaro, Roma, Ed. Laterza, 2008 (rist.),  p 180

[11] Hannah Arendt, La banalità del male, traduzione di P. Bernardini, Milano, Ed. Feltrinelli, 2013 (rist.)

[12] Cfr. nota 8

[13] Zygmunt Bauman, Amore liquido, traduzione di S. Minucci, Roma, Ed. Laterza, 2006 (rist.), p 81

Di GIULIA ONORATI CLASSE III SEZ. G

Dialogo tra Anima e Corpo

ANIMA:  Perché corri ininterrottamente ?

CORPO:  Ho paura

ANIMA:  Paura di cosa?

CORPO:  Fermarsi è la fine, la mia fine

ANIMA:  Per nessuno c’è fine che lo attenda

CORPO:  La morte attende tutti; non puoi sfuggirne. A volte ti soffoca i primi respiri o si posiziona alla fine di       un lungo sentiero, altre volte invece sei tu stesso ad andarle incontro .

ANIMA:  E’ un’illusione la tua

CORPO:  E’ la realtà ad avermelo insegnato

ANIMA:  La realtà non è così come tu la percepisci

CORPO:  Nascita ,riproduzione, morte. Un  inizio, una sfida, una fine.

ANIMA:  Non esiste né  inizio né fine nell’eternità

CORPO:  A non esistere è l’eternità stessa .

ANIMA:  E poi cosa intendi con “sfida”?

CORPO:  La riproduzione rappresenta la sfida dell’uomo contro il tempo, un’affermazione di un’illusoria  eternità propria derivata dalla paura della morte.

ANIMA:  La tua stessa corsa va contro il tempo?

CORPO:  Non c’è distinzione tra le due cose: il movimento e lo scorrere del tempo sono due segmenti paralleli e coincidenti .

ANIMA: Vorresti ridurre l’intera vita in un segmento?

CORPO: Non è riduttivo quanto tu possa pensare. E’ un capolavoro di ingegneria divisibile quasi a sfiorare l’infinito. Anni,  mesi, settimane, giorni, ore, minuti e secondi. Tutto controllato dal movimento di tre lancette.

ANIMA: Chi è l’ingegnere ?

CORPO: Il Sole: sorge e tramonta. Fa venire il freddo inverno, la fiorente primavera, la calda estate e il nostalgico autunno. Tutto scorre e muta.  E’ un ciclo infinito che ha una fine in ogni vita e regola l’esistenza.

ANIMA: Cos’è per te la fine?

CORPO: Se lo sapessimo la vita non avrebbe più un senso .

ANIMA: E qual è allora il senso?

CORPO: Non esiste un unico senso , sono infiniti quanto infinite sono le vite umane.

ANIMA: E la vita cosa rappresenta?

ANIMA ( del corpo) che parla attraverso il CORPO: Sarà forse tutta una favola, un filo sottile sospeso in aria, una giostra che gira con noi, un vasto paesaggio in  cui si può costruire, seminare, amare, uno specchio che riflette le proprie esperienze. Non si può dare una risposta onesta, che soddisfi  il cuore di tutti, quando ci si domanda perché viviamo e quale sia il senso del nostro impegnarsi, sperare, del soffrire e del procedere giorno per giorno.

Se si vuole trovare il senso della vita, bisogna che ci si inventi una vita ricca di senso. Perché noi siamo esseri umani,  perché noi siamo la vita stessa. I protagonisti della favola, gli acrobati del filo, coloro che seminano e che raccolgono, il riflesso dello specchio.

ANIMA: Di chi è questa voce?

CORPO: La mia credo

ANIMA: Questa è la voce dell’irrazionalità

CORPO: Ho sentito qualcosa che mi vibrava nel petto, all’altezza del cuore

ANIMA: Ma come non te ne sei accorto?

CORPO: Di cosa?

ANIMA: E’ la tua anima ad avermi risposto

CORPO: La mia anima? Cos’è?

ANIMA: E’ colei che ti fa vibrare

CORPO: Io l’ho sempre chiamata speranza. E’ lei che mi da l’energia di correre. Il sapere di non sapere cosa sia la fine è  l’unica energia vitale. Sai, lo scorrere del tempo è vita ma è anche avvicinarsi alla morte e questo mi fa una tale paura.

ANIMA: Mi dispiace, ma non riesco a capirti. Non c’è fine alla mia eternità nonostante sia sempre la vita a decidere il mio futuro .  E’ per questo che noi anime bussiamo al vostro petto . Siete  accumulo di materia razionale destinata a esaurirsi ma siete pur sempre la corazza in cui noi risiediamo, e dipende solo dal vostro agire il nostro futuro. La vostra concezione materialistica del tempo vi rende vuoti e per noi anime non ci sarebbe speranza di sopravvivere. Siamo perciò animate da uno spirito di sopravvivenza che ci fa accendere  nei  vostri cuori la speranza per farvi cogliere ogni pezzo del  segmento che percorrete.

CORPO: Anima mia , dopo che mi è stato rivelato il segreto della vita, non mi è permesso continuare a vivere . La mia fine è arrivata. Spero ti piaccia il futuro che ti ho costruito. Ti chiedo umilmente perdono per non aver provveduto costantemente a sfamarti , non sono stato sempre in grado di sentire le vibrazioni.

ANIMA DEL CORPO:  Forse sono stata io a non crederci abbastanza erroneamente convinta della tua totale sordità.

Laura Tarantino

Liceo Scientifico “E. Majorana”

Classe  4° D

Anno scolastico 2015/16

Dio in Cartesio e Pascal

Dio… a mio parere parlare di Lui è una cosa piuttosto difficile ed è possibile farlo soltanto se si ha ben presente un altro concetto che è quello di Fede. Questa potrebbe sembrare una parola un po’strana, tuttavia possiede un significato relativamente semplice che ora tenterò di spiegare per quanto mi è possibile iniziando proprio dall’uomo. Cartesio ci dice ad esempio che esso è un soggetto pensante il che significa dotato di ragione, verissimo! Ma cosa significa essere dotato di ragione? Vuol dire necessariamente pensare, quindi riflettere, quindi farsi domande. Effettivamente l’essere umano non ha fatto altro da quando è nato, infatti, dal primo momento in cui è venuto a contatto con madre Natura ha cercato di comprenderla, di scoprire tramite la ragione i misteri celati dietro tanta bellezza e fortunatamente con il tempo è riuscito a risolvere sempre meglio questo enigma. Un giorno come tanti altri però egli cominciò a vedere i fiori e le piante appassire e i suoi simili spegnersi senza più vita e diventare polvere. Allora nuovi dubbi gli invasero la mente, iniziò a chiedersi: “Perché moriamo? Cosa succede dopo la morte? Perché siamo qui?”. Per trovare una risposta interpellò la Ragione ma questa gli disse: “Mi dispiace ma a tali domande non so rispondere!”

“Allora come farò?”- si chiese- l’uomo disperato. A quelle parole qualcosa gli rispose dall’interno del suo cuore: “Chiedi a me, io so che noi siamo qui per volere di Dio e dopo la morte c’è una vita più felice per chiunque viva bene e nel rispetto degli altri!”, era la Fede. Da questo racconto qui riportato emerge con chiarezza la concezione pascaliana della religione cristiana come meta-filosofia, come grande alleata dell’intelletto umano che lo aiuta nei momenti di difficoltà. Ciò è giusto, perché cosa significa avere fede se non accettare come vero qualcosa che non può essere compreso con la ragione? Questo modo di pensare è vero solo in parte. Ossia, il fatto che la ragione e la fede si aiutino reciprocamente va benissimo ma ci dev’essere sempre un equilibrio fra le due cose. A volte accade invece che la fede sottometta la ragione o addirittura la illuda di aver trovato le risposte che cercava in dogmi quindi, ecco, che proprio la ragione che doveva guidarci verso la comprensione illuminandoci la via ci acceca portandoci sempre più lontano dalla verità. Ad esempio uno dei precetti più importanti del Cristianesimo è quello di un Dio buono e creatore di tutti gli esseri viventi ma ciò è impossibile: come facciamo noi a sapere che Dio ci ha creato se quando è successo noi non c’eravamo? Inoltre se Dio è così buono ed è padre di tutti gli esseri viventi perché non c’è mai quando i suoi figli hanno più bisogno di Lui e li lascia soli nel loro dolore? Infine come si fa a sapere che c’è una vita dopo la morte? Qualcuno è forse tornato sulla Terra per raccontarcelo? No! Quindi c’è una sola risposta per tutte queste domande… non sappiamo se è stato Dio a creare noi,forse  siamo stati noi a creare Lui perché avevamo bisogno di protezione. Niente di tutto ciò è vero, è tutta un’illusione in cui noi crediamo per il semplice fatto che è molto più facile imboccare la strada della Fede piuttosto che quella del Dubbio che a volte è dolorosissima. Non metto in discussione che la fede sia utile perché costituisce un porto sicuro per chi rischia di annegare nel mare di dolore in cui l’esistenza lo scaraventa e perché è la portatrice di molti valori morali senza i quali l’umanità crollerebbe, ma è anche vero che essa è stata proprio motivo  da cui sono nate  discordia e guerra. Comunque, in ogni situazione la scommessa pascaliana su Dio aiuto il labirinto della Ragione!

Aramini Giulia-Liceo classico “D. Alighieri”

Identità Alterità

Sin dagli arbori della sua esistenza l’uomo si è progressivamente emancipato dal suo essere animale non già per le sue caratteristiche biologiche, che al contrario lo avvicinavano a questa categoria, quanto per la sua innata e spiccata socialità e capacità di intessere fitte e complesse trame di relazioni, dando vita ad organizzazioni  sociali e nuclei umani sempre più evoluti ed articolati. Non a caso Aristotele definisce l’uomo un animale sociale, ovvero un’entità che trova la sua ragion d’essere nella molteplicità dei suoi simili. E tuttavia è proprio il criterio di simile che ha generato la più ampia ricerca etico-filosofica in opposizione alla categoria di diversità, alterità, l’ essere un “quid” al di fuori dell’Io, al di fuori degli  schemi ed impianti formali. Si è tentato  dapprima di risolvere il conflitto identità-alterità dando una definizione di uomo come essere composito di due forme: una terrena, l’altra spirituale, la prima oggettiva, la seconda soggettiva,  questo genere di speculazione platonica pone  al centro l’uomo nella sua individualità eludendo, quindi,  la sua dimensione collettiva. Sofistica e stoicismo inaugurano, invece,  la stagione del cosmopolitismo, ponendo le basi dell’accettazione dell’Altro,  i primi nel relativismo gnoseologico che non permette giustificazione alla fittizia superiorità etnocentrica (tesi negativa), i secondi nell’uguaglianza universale come conseguenza dell’origine umana come piccolo frammento del lògos divino (tesi positiva). Pur essendo ragionevoli ambedue le teorie, soltanto la seconda è valida per il passaggio alla prassi e  sarà ripresa e rinnovata dal cristianesimo prima, che fa dell’eguaglianza di tutti gli uomini un precetto non solo filosofico ma anche una norma morale e religiosa, e dall’Illuminismo poi, che, in nome dell’uguaglianza universale tra gli uomini scaturita dal medesimo possesso della ragione, elabora durante la Rivoluzione francese il documento normativo della “Carta dei diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino”. Dopo le stagioni del Romanticismo e del Positivismo, che hanno portato  alla rivalsa il concetto di individualità ed eurocentrismo in chiave titanica e prometeica,  si comprende che giustificare il rapporto identità-alterità, attraverso l’accettazione dell’Altro, del diverso, deve avere come spinta finale la “nascita” delle coscienze! L’accettazione dell’Altro deve essere in principis una spinta interiore spontanea e soltanto a seguire una norma imperativa.  De Montaigne, prima, e  Rousseau, dopo, avevano già intuito il binomio spontaneità coscienziale-coattività normativa credendo però nella regressione utopistica dell’europeo verso la buona incivilizzazione autentica del selvaggio. Con il “secolo breve” (Hobbshawam) anche la filosofia comprenderà che la libertà non è qualcosa di cui l’uomo possa andare fiero.  L’uomo  non  sceglie il proprio “qui” ed il proprio “ora”, l’uomo  “viene gettato nel mondo”  (J. P. Sartre)  e tuttavia  Heidegger sostiene che l’uomo nel proprio “esser-ci” esercita la propria libertà confrontandosi con il passato proprio e con la quotidianità mondana, e cioè l’ambiente popolato dagli Altri. Heidegger ben spiega come eludere l’imperativo normativo attraverso la definizione di “aver cura”, che   significa preoccuparsi per l’Altro. Eppure la “cura” può essere inautentica quando dietro cela  lo sfruttamento e la strumentalizzazione tramite la privazione dell’esperienza altrui, o autentica qualora nel rapporto con l’Altro si accetta l’essere esistentivo altrui mediante un costruttivo dialogo basato sull’affettività. Heidegger lavora in  direzione delle coscienze umane evidenziando come un uso apparente dell’”aver cura” possa  essere nocivo per l’Altro e non sanzionabile. Il filosofo e sociologo contemporaneo Zygmunt  Bauman, utilizzando l’ironia, definisce l’armonia universale una spiacevole tendenza totalitaria, nulla togliendo alla mitica dimensione classica e astorica del pittore Fauves Matisse. Egli trova la felicità umana nel disaccordo e nella diversità, perché sono eccitanti e febbrili come una sorpresa. La vita è da lui definita un’opera d’arte che deve essere migliorata sino al parossismo e all’impossibilità per vivere il bello dell’incertezza. Tuttavia senza l’Altro il progresso non avverrebbe data la carenza di stimoli e l’anodina monotonia che ci proverebbero della felicità e della voglia di progredire verso un futuro migliore e all’insegna della prosperità. Il confronto con l’Altro come nella seconda parte della speculazione filosofica di Sartre deve essere, quindi, impegno civile e volontà di comprendere la diversità al fine di riconoscere la propria identità e arricchirsi vicendevolmente. Oggi nel mondo de consumi e della globalizzazione il sentirsi piccoli di fronte alla sconfinatezza del mondo che ci circonda e impotenti rispetto alle macchine che appaiono più capaci ed efficienti dell’uomo porta ad omologarsi nel gruppo ed a confondersi nei meccanismi della folla e della massificazione ricercando nel gruppo, nel “puntilismo” la forza di andare oltre, che in realtà diviene inerzia con cui trascinarsi avanti. La volontà di essere diversi accettando il diverso divenendo ancor più diversi e peculiari deve essere l’unico stimolo sovrano dell’umanità. Bisogna ricusare per sempre la diffidenza verso l’alterità e l’atteggiamento volto a reputare il diverso una minaccia perché ignoto, sconosciuto e quindi incerto. E’ necessario stimolare nelle nostre coscienze la curiosità necessaria all’accettazione del diverso per arricchirsi e identificarsi non in uno, ma in più exempla all’insegna dell’eclettismo e del particolarismo. Tale condotta non è da intendersi come ostentazione della diversità per l’affermazione suprema dell’”io” e del proprio individualismo, ma nel genuino intento di poter sentirsi liberi di seguire le proprie inclinazione anche imitando atteggiamenti molteplici facendo “contaminatio” scevri dal giudizio altrui.

Agis quod tibi iustum esse videatur.

Filippo Maria Pietrosanti

Liceo Classico “D. Alighieri” – Latina

Classe III sez. F

Anno scolastico 2014/2015

Time

Seconds, minutes, hours, days, months, years, centuries… These are some of the countless ways  commonly used  to express time, but what do we really mean with the word “time”? Can it be described independently or do we need other notions such as motion or space?

The first question is apparently easy to answer, time can be defined as the distance between two events, but how we can measure this distance represents the real difficulty. With our senses we can measure time, but my perception of time can be different from another person’s: for instance when we do a boring task, time seems to pass very slowly, while when we are spending time in doing a pleasant activity it’s the opposite. This example leads us to an important consideration: time (like motion) depends on the observer and that’s the reason why we need extern observers to agree on how much time has passed. The most famous extern observer is the clock, and it is used because it offers an impartial solution between the many others solutions of each observer.

However, the impartial solution it isn’t intended to be the most correct: it is just more widely accepted for conventional reasons, but it is correct as any other observation.

For all these reasons it is undeniable that time is not  an absolute entity but it is an expression of the observer. Moreover, Albert Einstein with his Theory of Relativity revealed that if we move at the speed of light, or very close to it, we can experience a dilatation of time, meaning that time also depends on motion. However, motion depends on time and space because there is no movement  in a non-existent space or time. These three entities depend on each other  to exist so the cause of their existence must be the same, therefore if time and space are creation of the observers, also space has to be a creation of him, in fact the way a baby feels space is not so similar to the one of an adult, that is completely different to the way an insect feels it.

For all these reasons time is just a creation of our mind, as space and motion, but we need it  to give sense to our life, because we are material, matter is subject to change, that is a consequence of time, so time is a human feature.

Giovanni  Catalani

Liceo Scientifico “E. Majorana”

Classe 4° D

Anno scolastico 2015/16

Il Rifiuto della cura

È veramente possibile inquadrare in un sistema logico, intersoggettivo e coerente, tutti i dati che l’esperienza ci offre? Riusciremmo a dare senso alla nostra esistenza, vincendo dunque la paura causata dall’incertezza del divenire di questa, dopo aver compreso che la realtà è il linguaggio? Quale sarebbe allora il suo fondamento? Quali le cose lasciate inespresse? Perché infine curarsi dalla sua malattia, cioè la metafisica?

L’epistemologia nasce agli inizi del Novecento per semplificare il collegamento fra osservazione, esperimento e teoria scientifica e dà una risposta positiva ai quesiti sopra posti. Il suo obiettivo è la demarcazione netta fra ciò che è scientifico e ciò che non lo è, alla luce di nuove e sconvolgenti acquisizioni, che avevano messo in crisi la scienza classica, sulla quale il Positivismo ottocentesco aveva fondato la sola razionalità possibile per la moderna e neonata società dei consumi. L’osservazione empirica e l’applicazione del metodo ipotetico-deduttivo avevano reso possibile la formulazione di quelle leggi scientifiche, che il Positivismo si proponeva di applicare in ogni campo del sapere umano, compreso quello della “fisica sociale” in modo tale da prevedere il funzionamento della natura e della società. L’accelerazione definitiva, che la Scuola di Francoforte imputa al Positivismo, impressa al progetto di dominio dell’uomo sulla natura che si è invece tragicamente tradotto nel dominio dell’uomo sull’uomo, nella cancellazione della libertà, nei totalitarismi (Dialettica dell’Illuminismo). Il Circolo di Vienna fondato nel 1922 su iniziativa di Schlick nel manifesto programmatico scritto a più mani (Neurath, Carnap, Hahn) si prefiggeva l’elaborazione di una nuova concezione unificata della scienza, basata sulla sintesi degli esiti dell’empirismo settecentesco di Hume, dunque la sua critica all’induzione, per esempio, e la moderna logica simbolica teorizzata dagli esponenti della filosofia analitica. Il nucleo concettuale era ripreso dal “Tractatus logico-Philosophicus” di Wittgenstein e consisteva nel “principio di verificazione”. Esso permetteva di stabilire la veridicità di una proposizione sintetica a priori, invece che a posteriori, sulla base dell’intersoggettività che risiedeva nel linguaggio. La filosofia come analisi logica dei concetti avrebbe smascherato una larga parte dei quesiti relativi all’Etica, all’Estetica e al Trascendente come privi di senso e ne avrebbe trasformato altri in problemi empirici risolvibili. Tuttavia, durante il suo sviluppo questa impostazione mostrò il suo lato metafisico, paradossalmente, dopo aver con ogni forza tentato di demolire l’edificio della metafisica. Si approdò alla consapevolezza di non poter attribuire verità assoluta a tutte le proposizioni sintetiche perché chiunque, forte della propria esperienza, avrebbe negato quella altrui, qualora si fosse dichiarata diversa. Molteplici furono le opinioni in merito alla cosiddetta “polemica dei protocolli”: Wittgenstein stesso rivisitò la sua precedente posizione del “Tractatus” non sottomettendo più la logica dei linguaggi degli uomini alla logica perfetta, ma elaborando invece la “teoria dei giochi linguistici” che attribuiva secondo l’uso il significato ai termini. La posizione di Popper andava nella stessa direzione del Circolo per quanto concerne lo stabilire cosa fosse scientifico o meno, ma decretava che il compito dell’esperienza fosse quello di “corroborare” un enunciato scientifico. Numerosi fallimenti delle tesi contrarie avrebbero determinato un alto grado di verità. L’epistemologia e Wittgenstein inquadrano dunque in un sistema unitario, logico e intersoggettivo i dati dell’esperienza, rispondendo in maniera affermativa ai quesiti iniziali. Wittgenstein arriva all’esito più importante, affermare cioè che la realtà sia il linguaggio, scardinando l’edificio, metafisico, costruito per più di due millenni dalle riflessioni che si sono susseguite e scandiscono lo sviluppo della nostra civiltà occidentale.

Ma è veramente possibile rinunciare all’interrogativo che ha segnato l’atto di nascita della società in cui viviamo? Il fondamento è la ricerca socratica del “che cosa è vero” ed è in questa direzione che la riflessione filosofica ha compiuto i suoi primi passi ed è arrivata fino a noi. Il realismo della filosofia antica cercava di far coincidere il piano ontologico della verità con quello logico della certezza, l’opposizione fra gli stessi due piani è stata sviscerata dal dibattito della filosofia moderna e l’idealismo ha riunito i piani, facendoli coincidere dopo essersi arricchito della problematizzazione. Ma ogni filosofia che ha l’ardire di presentarsi come positiva, non potrà mai arrivare a cogliere la verità della realtà circostante, poiché essa consiste nello scontro che noi uomini abbiamo con lei. È la dialettica negativa, teorizzata dai francofortesi, la teoria critica, l’unica possibilità di verità che ci rimane. Lo scontro con il linguaggio allora è l’unica possibilità di capirne il lato autentico. È l’interrogarsi senza sosta che ci salverà, consapevoli di essere malati.

Liceo Classico D. Alighieri-Latina

Cassani Maria Giulia classe III sez. A

Politica

Mankind has not always been allowed to have the right to choose among different beliefs or opinions:  tolerance and integration are fundamental instruments to reach freedom and therefore create a more dynamic society able to cooperate towards a common target with different points of view. Nowadays intolerance is considered a sign of cultural backwardness, but it is necessary to understand why it is so.

For ages religion was used as an instrument to strengthen national unity rather than a personal way of seeing life and its phenomena. Being able to think or express itself properly was not a possibility offered to mankind during the Middle Ages: Christianity put down roots deep into the European culture, causing religion to be, above every other, a fixed point in the life of every man; this phenomenon kept the Europeans under control for centuries until the creation of Protestantism, which had a fundamental role in letting scientists and intellectuals express themselves without fearing any retort. A clear example of this progress can be seen in Spinoza’s point of view regarding the benefits of tolerance( he was born in Amsterdam, an advanced Protestant country): trying to force someone’s consciousness towards a unanimity of ideals, will surely result in a degrading exasperation of the minds rather than in a stronger national unity.                                                                                                                                                                        Concord and collaboration are the most important binomial in nations that want to better themselves; in fact, to assert one’s authority or opinions over others does not converge with what Huig Van Groot defined as the “national law theory”, another step forward to obtain rights unknown at the time.                                  On the contrary, Hobbes’s opinion is in contrast with the concept of tolerance and inalienable rights: caused by an extreme anthropological pessimism, his theories revolve around an almost impossible uniformity which must be achieved through standardization; the ruler of a country should impose the respect of only one specific law, religion or other precaution needed to ensure that their subjects live in peace. But how much would a uniformed country develop new technologies or open new horizons if all citizens think and act the same? The concept of “individual” would totally lose its meaning and the gap between head of state and subjects would be so unfillable to make the communication between the two impossible.                                                                                                                                                                          As a matter of fact, difference is the key to success, a homologated society will surely turn out to be not far from George Orwell’s 1984, where every movement or act that differs from the usual must be corrected through mental and physical torture with a method similar to the one of the Holy Office.

Nowadays it is extremely important(and sometimes necessary) to integrate and cooperate with all the migrants who seek fortune in other realities such as our Italian one: mutual respect and collaboration could renovate a country and make it rise again from the depression, change the role of Italy in our European reality  and even lead to unexpected outcomes.

Aurilio Sofia  classe II sez. D

Liceo  Classico  D. Alighieri

LET US GET EXCITED BY A STARRY SKY

“In myself the perception of the infinite precedes, in someways, that of the finite” . With these words René Descartes expressed his idea about the contrapposition between finite and infinite, entering in a debate which has always been central in the philosophic speculation: the number of philosophers who have expressed their idea about this topic is almost uncountable. However, on the contrary, not so many thinkers have focused their attention on a correlated concept which has instead the same importance: we have the perception of the infinite, we are constantly in a tension to the absolute, but probably we have never thought about where and how the eternity shows itself to us, where and how the human being has the real perception of the infiniteness of the reality and, for consequence, of himself. In this sense, it is helpful to consider a Russian theologian called M. I. Rupnik who has written, in his last essay “L’autoritratto della chiesa”, the following statement:”All the things I discover to be beautiful, but that are not eternal, are not beauty, but seduction. The real beauty is eternal.” Rupnik, with these words, gives to us a very important concept, a relation which let us think about the eternity as something which is next to us everyday: the beauty. This is, exactly, the canal which puts in contact the man with the metaphysic, the finite with the infinite, the time with the eternity. However there is another step that has to be made because the point from which it has started is about the conscience of the infiniteness of the human, not that of the eternal (which is already thought as infinite). It has not to focus on the object, but on the subject, who is experiencing the beauty, and there is an element which discloses his infinite essence: the emotion. This is the final proof of the human infinitude, this is the unmistakable testimony of the fact that the human ontology comes and tends to the absolute. So, having understood this, it is clear, for example, the reason why Dante, in his main work (“Divina Commedia”) has so many moments in which loses his senses, in which he cannot express what he is feeling in front of the maximum contact that a man could have with the divine reality: he is living the infinite and the proof that he is partecipating and living it inside himself is the huge emotion he is feeling. Like in a direct mathematic function, to the greatest contact with the eternity corresponds the greatest emotion a man like Dante can feel.

The centuries passes and the debate continues; nobody seems to have interest in this aspect of the relation “finite-infinity” until a French philosopher stops himself and puts his attention on the subject, and not on the object, as in the past: he is, obviously, Immanuel Kant. Probably he is the one who, more then the others, found the importance of the emotion, seen as the mean to understand the infinite of the soul. Kant, under a starry sky, gets excited in front of the beauty, in front of the infinite and, thanks to his feelings, experiences the unlimitedness of his soul. Kant get excited, and only from this emotion starts the thought.

Anyway, both Dante and Kant were (almost) completely aware of this perception, and so someone could object that their awareness proves that, as matter of the facts, the emotion can be a mean to the consciousness of the own infinitude only if the subject has already experienced this idea. In other words, someone says that the “interpretation” of the feelings comes after and not before. These people deny the gnosiological aspect of the emotion. However, this argumentation would have been sound if there had not been examples of people, during the centuries, who have demostrated the contrary; first of all the Italian author and philosopher G. Leopardi. He, in his life, denies totally the existance of the absolute, of the eternity: the man, the world, everything has to finish, to die; the human being is finite. But Leopardi, denying the infinite, lives it, proves it, contemplates it. The Italian author experiences the beauty (which is eternity) and, not being able to understand it, he drops himself, so that “il naufragar m’è dolce in questo mare”. Leopardi is the proof that also these people do not accept the idea of infinity, experience it, through the emotion.

So, all in all, the contemporary man has not lost the ability of getting excited, but he has lost the ability of taking advantage of it, to discover the beauty (and so the infinitude) of our soul. Let us get excited by a starry sky and the beauty, synonymous of infinite, will fill the world.

Biancone Luca Classe III sez. E  Liceo Classico Alighieri Latina